BILAL – Fabrizio Gatti

 Fabrizio Gatti

BILAL

Bilal – ha dichiarato Angela Terzani – è una sfida alla coscienza dell’Europa e dell’Occidente intero”. Per raccontare la sconvolgente odissea delle migliaia di “nuovi eroi” che inseguono il miraggio di una vita migliore, Gatti ha scelto di viverla in prima persona. Ne ha condiviso rischi e umiliazioni. Ha attraversato il deserto da Agadez, in Niger, fino alle coste del Mediterraneo su camion carichi di uomini, delle loro storie e dei loro destini. E’ divenuto, dall’interno, testimone di una vera e propria tratta, resa ancor più scandalosa dai cinici accordi tra i governi. “Per ogni euro investito nel mercato dei nuovi schiavi – denuncia l’autore – se ne guadagnano milletrecento. Su ogni viaggio”. Fabrizio Gatti ha scelto di scendere fino in fondo al baratro che si apre tra le sabbie del deserto. Fingendosi curdo, con il nome di Bilal Ibrahim el Habib, riesce a farsi rinchiudere nel centro di permanenza temporanea di Lampedusa, “la vergogna della nostra democrazia”, dove subisce umiliazioni e soprusi inimmaginabili in un paese civile. Ma il fondo del baratro è ancora lontano. Accompagnato alla stazione di Agrigento con un foglio di via, Gatti continua la sua inchiesta sui marciapiedi del Nord, tra prostitute e manovali, dove “qualche centinaio di immigrati sottopagati possono creare in pochi mesi fondi neri per decine di milioni”. E fornisce le prove di come sia proprio la disponibilità di lavoro senza regole a far da motore all’immigrazione clandestina. Gatti si infiltra poi tra i braccianti che raccolgono pomodori in Puglia. Altri caporali: ancora umiliazioni, ancora rabbia, ancora vergogna. Il suo taccuino continua ad annotare le storie delle troppe vittime collaterali di un’economia criminale che nessuno denuncia. Come la fine di Ion Cazacu, bruciato vivo nel 2000 dal suo datore di lavoro. E il baratro diventa sempre più profondo. Con le storie di chi si arrende, all’alcool, alla droga, alle rapine, “infangando così la reputazione di milioni di immigrati onesti”. Il libro si chiude con l’inevitabile ritorno in Africa. Gatti compie il viaggio a ritroso, sulle tracce di chi è sopravvissuto e di chi invece non ce l’ha fatta, nascosto sui camion che dalla Libia deportano nel deserto gli immigrati che, secondo gli accordi, avrebbero dovuto essere rimpatriati in aereo. “Personalmente – ha detto ancora Angela Terzani – vorrei aggiungere che la sensibilità priva di retorica con cui Gatti parla dei suoi compagni di viaggio ha trasformato in un soffio il mio modo di vederli. Chi non conosceva l’Africa, come non la conoscevo io, con questo libro se la vede davanti non solo nella sua geografia, nella bellezza dei suoi deserti e dei suoi cieli, ma anche nella sua varietà di genti e destini”.

Fabrizio Gatti con quest’opera ha vinto il premio letterario internazionale “Tiziano Terzani” 2008.

Questa è la motivazione della Giuria.

La giuria del premio Tiziano Terzani ha scelto come vincitore per il 2008 Fabrizio Gatti, autore di Bilal. Nel suo libro si mescolano qualità professionali ormai dimenticate nel giornalismo e rare qualità umane. La fatica fisica con cui accompagna la carovana dolente e instancabile degli immigrati, attraverso i deserti e le frontiere dell’Africa, lo aiuta a conoscere concretamente le umiliazioni, gli inganni, i pericoli, che questi uomini e donne devono affrontare. Gatti racconta senza retorica, e senza soggezione davanti alla “verità” dei rapporti ufficiali. Adotta una nuova identità, prende il nome di Bilal, ma non è un artificio letterario. Il cronista clandestino si confonde con l’emigrante occasionale, si stacca progressivamente dalla cronaca immediata per avvicinarsi alla dimensione corale di una moderna migrazione forzata, di una “corsa” al lavoro, a una vita dignitosa, che coinvolge milioni di uomini provenienti da ogni angolo del pianeta. L’Occidente sembra incapace di vedere, e più ancora di capire con lucidità le ragioni di questa fuga di massa, dove i violenti mettono in ombra gli uomini onesti, normali. Ma i clandestini del terzo millennio – alla ricerca di un mitico passaggio a nord ovest – hanno trovato in Occidente un compagno di viaggio che li ascolta e li guarda con intelligenza e rispetto.

 

Fabrizio Gatti
Inviato del settimanale L’Espresso, a cui è passato nel 2004 dopo aver a lungo scritto per il Corriere della Sera, deve la sua notorietà alle numerose inchieste condotte sotto copertura. E’ stato in Moldavia, Romania, Albania, Egitto, Marocco, Tunisia, Niger, Mali, Senegal e Venezuela per ripercorrere i viaggi delle vittime della prostituzione, del lavoro nero e dell’immigrazione clandestina. Nel 1998 ha vissuto in una baraccopoli alla periferia di Milano. Ha poi condotto inchieste sulle trasformazioni nel mondo del lavoro globalizzato, sul trattamento subito dai rifugiati kosovari che varcavano il confine svizzero e sui centri di permanenza temporanea dove vengono detenuti gli stranieri senza documenti. Nel 2000 si è fatto rinchiudere nel centro milanese di via Corelli e, nel 2005, nel cpt di Lampedusa, con il nome di Bilal Ibrahim el Habib. Bilal è divenuto il titolo del libro che ha vinto il Premio Terzani. Per il suo reportage sulle condizioni degli immigrati che lavorano come braccianti nell’Italia meridionale gli è stato assegnato, nel 2007, il prestigioso premio giornalistico dell’Unione Europea (Journalist Award). Tra le sue inchieste più conosciute, va ricordata quella sul “Policlinico degli orrori” a Roma. E’ autore del libro per ragazzi Viky che voleva andare a scuola (2003). Bilal è stato pubblicato da Rizzoli nell’autunno 2007 per la collana 24/7.

Autore: VicinoLontano

Ringraziamo l’Associazione VicinoLontano per averci permesso l’utilizzo del materiale presente nel loro sito.

 

 

L’ORDA – Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

L’ORDA – quando gli Albanesi eravamo noi

“Volevano braccia, sono arrivati uomini” -  Max Frisch

Quando gli “Albanesi” eravamo noi, espatriavamo illegalmente a centinaia di migliaia, ci linciavano come ladri di posti di lavoro, ci accusavano di essere tutti mafiosi e criminali. Quando gli “Albanesi” eravamo noi, vendevamo i nostri bambini ai girovaghi, gestivamo la tratta delle bianche, eravamo così sporchi che ci era interdetta la sal d’aspetto della terza classe. Quando gli “Albanesi” eravamo noi, ci pesavano addosso secoli di fame, ignoranza, stereotipi infamanti. Quando gli “Albanesi” eravamo noi, era solo ieri.
In meno di 150 anni (dal 1830 al 1976) 27 milioni di italiani, infatti, hanno lasciato la Penisola per stabilirsi in America, Australia e negli altri paesi industrializzati di Europa. Poveri, disperati, con una istruzione insufficiente, spinti dalla necessità si sono accalcati nei sobborghi delle grandi metropoli americane, nei deserti australiani, nelle città minerarie del Belgio e del Canada, dove hanno vissuto in condizioni sociali, economiche e igieniche degradate e degradanti. Gli italiani hanno portato nei paesi di immigrazione forza lavoro a basso costo assieme a criminalità, disordine e inquietudine tra gli abitanti. Gli italiani sono stati vittime di antichi pregiudizi, di un razzismo greve, di ingiustificate discriminazioni, di pogrom e linciaggi.

La ricostruzione di Gian Antonio Stella, ricca di fatti, personaggi, aneddoti e documenti, svela finalmente l’altra faccia della grande emigrazione italiana, con le sue tragedie e i suoi lati oscuri, con i pregiudizi e le discriminazioni subite. Quella che abbiamo rimosso per ricordare solo gli “zii d’America” arricchiti e vincenti. Un libro indispensabile per non dimenticare come l’arrivo dei nostri emigrati, coi loro fagotti, le loro donne e i loro bambini, venisse accolto dai razzisti locali con lo stesso urlo che oggi campeggia sui nostri muri. Lo stesso urlo, la stessa parola. Orda.

 

consigliamo la visita di questo sito.

http://www.orda.it/rizzoli/stella/home.htm

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